Quel Piccolo Orologio Sul Soffitto


Avete presente l'orologio del Verdi incastonato sul soffitto?
Fatelo girare all'indietro.
Uno dei capi è in piazza Saffi.
Guido Vitali gongola: “Abbiamo il digitale”.
Corre l'anno 2013.
Ok, passiamo all'altro estremo: 1821, iniziano i lavori per la realizzazione del teatro che verrà inaugurato solo nel 1830. Meglio comunque della Salerno Reggio Calabria.
Giuseppe Verdi è ancora un cinno. Infatti il teatro sarà dedicato a uno dei padri della commedia italiana: Carlo Goldoni.
Ho sempre lanciato strali contro chi da anni occupa le assi scricchiolanti del palco togliendo ossigeno vitale (a Vitali) al cinematografo.
Mea culpa. Grandissima.
A metà Ottocento a Forlimpopoli faceva discutere l'accademia degli Infiammati, che risale al 1624 e porta la firma del fondatore monsignor Giovanni della Robbia. Vita da teatro, indemoniati del teatro. Il Goldoni tira, anche se Forlimpopoli non è cittadina dagli spasmi intellettuali.
La borghesia boccheggia e rischia di tirare l'ultimo fiato la sera del 25 gennaio 1851. Freddo cane, fuori. Calore dentro quando, sul palco, spuntano i moschettoni di Stefano Pelloni. Nome d'arte il Passatore, curriculum penale da film di Quentin Tarantino e 'maledetto' dai novelli discepoli di Pellegrino Artusi.
Sapete già tutto.
La versione di stato, quella dei vincitori, ha già detto chi sono i buoni e chi i cattivi.
Corrono gli anni e il teatro accoglie le prime decorazioni e i primi necessari adeguamenti tecnici.
Ve la tiro poco lunga: succede poco nulla per i nostri gusti.
Il sugo sulla pasta lo versa il primo anno del 1900.
Secolo grave e greve.
Pronti, via e nel 1901 il teatro viene intitolato al gigante della patria, Giuseppe Verdi.
Per l'occasione le Magistrali spediscono sul palco due giovani allievi. Uno viene da Dovia (Predappio) e si chiama Benito. Benito Mussolini. Il resto viene da sé. Serve altro? Direi di no.
Il teatro poco a poco subisce il fascino della settima arte e nel 1920 quattro giovani amici decidono di tentare di lanciare il cinema a Forlimpopoli adattando la sala anche per le proiezioni cinematografiche. L’avventura dura poco e la società si sfascia. Pazienza. Però il primo sassolino nello stagno è stato lanciato.
Tre anni dopo Nino Bazzoli decide di continuare da solo l’avventura, insieme alla moglie e alla giovane figlia Diva.
I forlimpopolesi non affollano il cinema, spesso gli incassi non coprono le spese dell’orchestra che deve accompagnare la visione del film. Molte volte viene chiamato solo il pianista, per abbassare i costi. La spinta definitiva è data dalla guerra d’Etiopia (1935): i cinegiornali proiettati prima del film erano l’unico modo per vedere i luoghi dove parenti e amici erano andati a combattere. Avete presente il reality? Ci sono alcune piccole differenza: le cose succedono davvero, non ci sono smidollati e, soprattutto, si sente odore di storia.
Nel 1924 nasce l’arena del cinema Verdi, il cortile della Rocca era una piazza aperta al traffico e piena di negozi, le proiezioni erano nel cortile delle scuole elementari vecchie. All’inizio di giugno venivano portate le sedie del Verdi e le attrezzature, che rimanevano nel cortile tutta l’estate.
A uno di questi traslochi è legato un fatto che cambia per sempre la storia del cinema Verdi.
Il fratello di Nino transitava per piazza Garibaldi con una carriola carica di sedie, il mezzo si capovolge, rovesciando le sedie in terra, l’unico che aiuta l’uomo è un ragazzino che giocava a pallone con i suoi amici. Il suo nome è Giulio Vitali (Pitutì). Come ricompensa Tugnazì lo invita alla sera a vedere i film all’arena, il bambino non aveva mai assistito a una proiezione cinematografica. A casa sua non c’erano i soldi per mangiare, figuriamoci per i divertimenti... Il ragazzo comincia a frequentare il cinema prima come portatore d’acqua - il proiettore andava raffreddato ad acqua e l’acquedotto non c’era ancora a Forlimpopoli - poi come venditore di gazzose (con la pallina), infine entrerà nella cabina di proiezione e ci resterà 80 anni... Otto volte dieci, qualcosa meno di un secolo.
Una parola? Leggenda.
Nel 1933 proiezione del primo film sonoro, Ripudiata e nel 1935 l’arena si trasferisce nel cortile della rocca e due anni dopo taglia il traguardo il primo film che supera le mille lire di incasso: è Marghetite Gautier.
Tra il 1942 e il 1945 il Verdi è chiuso per guerra: durante l’occupazione nazista il cinema diventa sede del comando tedesco, Giulio proietta film per i soldati tedeschi.
Quando arrivano gli alleati - i polacchi, a Forlimpopoli - il cinema diventa la sede del comando alleato.
Il Paese è un delirio.
Quel delirio (caos) che prelude alla creazione (boom). Nel 1954 Nino, pressato dal successo dell'Odeon, un nuovo cinema di 800 posti, situato nello spazio occupato oggi dal complesso dove si trova la pasticceria Maltoni, suggerisce ai compagni del Comune il restauro di due saloni: li trasforma in una sala da quasi 300 posti.
Nasce la sala B, il Verdi è una multisala. Altroché multiplex. Boom: Nel '58 durante la proiezione all’aperto del film Pia de Tolomei, per l’enorme affluenza di pubblico, vengono chiuse le porte perché non c’è più posto, la gente continua a pressare e viene sfondato uno dei portoni dell’arena.
Nel 1964 muore Nino Bazzoli e la gestione passa alla figlia Diva.
Diva di nome e di fatto. E' la gran signora di Forlimpopoli e del cinematografo.
Passano gli anni. L'Italia cambia. Cresce e contesta. Refoli di Sessantotto – senza danni (apparenti) – sfiorano anche il nostro cinemone.
Il 15 novembre con il film La dolce vita inauguriamo il cineforum. In epoca dove il cinema commerciale andava alla grande e, sopratutto in provincia, non esistevano sale d’Essai, il Verdi precorre i tempi e tutti gli anni organizza un ciclo di film di qualità, seguito da dibattiti spesso molto accesi e sanguigni.
Nel 1977 nasco io e saluta la scena Diva Bazzoli.
Nella gestione subentra Giulio Vitali che, intanto, regna su Forlimpopoli grazie al suo tocco d'incanto che strega tutto e tutti fino agli anni Ottanta.
Anni di reflusso, cascami vari, tutto da bere, stagioni non di lotte e creatività ma di merci.
Nel 1985 la gestione passa al figlio Guido.
Nel frattempo erano stati fatti lavori di restauro ed è stato chiuso l'Odeon. Come passa il tempo. Sembrava ieri.
Nel 1987 Giulio riceve la medaglia d’oro a Roma per 50 anni lavorati nel cinema. Un domatore del cinema, quel piccolo grande Giulio, figlio della strada e delle stelle (del cinema).
Il figlio Guido ha lo stesso gusto per la meraviglia.
Il suo stare tra le stelle è meno frenetico del padre. Più indolente, filosofico, serafico ma sempre estasiato. Crescono le collaborazioni con le realtà del territorio e le prime rassegne coinvolgono, in prima fila, tematiche mondiali e piccoli eroi locali. Si tira avanti, a volte con successi clamorosi altre volte con aspettative mutilate dall'omologazione dei tempi nostri.
Corre l'anno 2002 e sul Carlino (articolo firmato da Riccardo Fantini) Guido scopre che il sindaco di Forlimpopoli – Maurizio Castagnoli – benedice lo sbarco del multisala sulla via Emilia.
Il Verdi barcolla ma non molla; muta aprendo la breccia a uno stile che è ben più di una mera (autoreferenziale e vittimistica) sopravvivenza.
Il Verdi per restare vivo trasforma la sala in un locale con una programmazione quasi esclusivamente d’Essai. Siamo ancora qui che ne parliamo, quindi funziona.
Come siamo qui che ancora parliamo e sogniamo quando andiamo col ricordo al 2009. Muore Giulio Vitali. Muore nel suo cinema. Si accascia sotto il manifesto di Charlie Chaplin (Luci della ribalta). E' il 10 febbraio e Pitutì andava a proiettare il film Stella. Il caso non esiste o, se esiste, è figlio delle stelle. Quelle che piacevano a Pitutì. Poi? Poi siamo qui che ne parliamo ancora.
L'orologio del soffitto corre al 2013: Guido Vitali in piazza annuncia la prima proiezione in digitale (lone Ranger). Ma oggi in che anno siamo? Dicono nel 2016... ma chi se ne importa.
In quel cinema Verdi girano le lancette della storia, non solo del tempo.

Mattia Sansavini

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